Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi

Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi

di Alfonso Sarno

 

E’ inevitabile, umano che l’amore, qualunque forma assuma, prima o poi si trasformi in dolore e che ogni pur microscopico momento di felicità si affolli di ombre nere ed impenetrabili. Ma, nonostante ciò, tutti gli uomini aspirano “ad avere il cuore immerso in un liquido caldo e dolcissimo, con l’impressione di trovarsi al sicuro; godere della forza di combattere contro chiunque, ma anche coltivare l’inquietudine per la responsabilità di custodire un tesoro segreto e di non poterne più fare a meno”.

Tutti, anche il barone Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, nato nel Basso Cilento il 1 giugno 1900, commissario della Squadra mobile della Regia Questura di Napoli nei fascistissimi anni trenta del Novecento e protagonista di questo dodicesimo romanzo che chiude, accompagnato dal rimpianto di milioni di lettori, la serie a lui dedicata.

Finalmente la sua esistenza, grazie al matrimonio con Enrica dal sorriso che l’aiuta ad affrontare il mondo e che sta per dargli un figlio, è avviata sui binari di una rassicurante normalità facendogli dimenticare l’angosciante passato. Intessuto di dolori: la morte in giovane età del padre, i disturbi mentali della madre e, soprattutto, l’inquietante potere che lo tormenta ovvero di vedere i fantasmi delle persone vittime di incidenti o assassinate proprio lì, nei luoghi dove sono morte, mentre ripetono in maniera ossessiva la frase che in quel momento pensavano. Apparizioni improvvise che lo stremano accentuandone il carattere melanconico, solitario, fuori dai clichè dominanti nell’aristocrazia e nell’alta borghesia napoletana.

E’ finalmente felice il commissario Ricciardi che può godere del bacio regalatogli da Enrica che dalla finestra lo guarda mentre si avvia verso il suo ufficio in Via Medina, delle burbere affettuose cure di Nelide, nipote di Rosa la donna che lo ha allevato – più mamma adottiva che cameriera – bravissima nel portare in tavola il meglio della cucina cilentana come gli “mbrugliatieddi” , involtini di intestino di capretti da latte con limone, pancetta, formaggio caprino, aglio, peperoncino, prezzemolo ed olio d’oliva o i cavatielli col ragù.

E dell’affetto di alcuni suoi collaboratori con cui condivide le soste in pizzeria o al Gambrinus dove, mentre discute dell’ultimo delitto, mangia una croccante sfogliatella. Ma il destino non fa sconti: in un rovente luglio del 1934 si trova ad indagare sulla misteriosa scomparsa di Livia Vezzi, vedova dell’alta società con cui ha avuto una esitante storia d’amore.

E’ l’inizio dell’ennesimo suo viaggio nel mondo del male fatto di passioni e personaggi estremi, di servizi segreti deviati che tenteranno, invano, di metterlo a tacere. Il commissario Ricciardi, ancora una volta vincerà.

A perdere sarà Luigi Alfredo, l’uomo innamorato e finalmente sereno privato della sua Enrica, morta nel dare alla luce la figlia. A lei, appena nata, il compito di ricomporre i fili spezzati dal destino.