Restare in Cilento: i protagonisti del futuro

Restare in Cilento: i protagonisti del futuro

di Marianna Vallone

 

I giovani rientrano nel Cilento. È il tema trattato dalla puntata "Cilento, la terra Silente" trasmessa su Rai Due nell'ambito della bellissima serie televisiva condotta da Federico Quaranta "Il Provinciale" alla scoperta dell'Italia poco conosciuta. Un programma di Giuseppe Bosin, Andrea Caterini, Lillo Iacolino, Francesco Lucibello e dello stesso Federico Quaranta. Su Cucina A Sud abbiamo deciso di ispirarci a questo tema andando a trovare i protagonisti portati da Federico in trasmissione che vi invitiamo a guardare, nel caso non l'avesse fatto, su RaiPlay.

Sfumature e frammenti di pietre e vetri, uno vicino all’altro, l’uno fondamentale per l’altro. Arte antica, paziente, durevole, inalterabile. Carla realizza i suoi mosaici a Casal Velino, al Bivio di Acquavella, a pochi chilometri dal luogo in cui Parmenide per primo si interrogò sull’essere, l’antica città di Elea. Il poeta campano Franco Arminio la definirebbe una dei rivoluzionari che ha rallentato, più che accelerare, che ha dato valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza. «Il mosaico è stato una folgorazione», racconta Carla. L’amore per l’arte fin da adolescente, gli studi prima all’Accademia di Belle Arti di Napoli poi la formazione al biennio specialistico di Mosaico all’Accademia di Ravenna. Tre anni a Piacenza, al fianco dell’artista Dino Maccini, sperimenta e si perfeziona con mosaici sacri, classici e contemporanei, poi nel 2018 il ritorno nel Cilento.

«È una terra fonte d’ispirazione continua – dice Carla –. Mi capita anche di raccogliere le pietre per i miei mosaici vicino ai fiumi o lungo le spiagge, preferisco le pietre ai vetri, ma si usano anche i marmi. È un lavoro lento, paziente, per questo molto femminile. Farlo nel Cilento è soprattutto una bella sfida. Mi piacerebbe mettere a disposizione la mia esperienza per incuriosire i più giovani, ho messo anche in piedi un corso per ragazzi molto stimolante».

Carla Passarelli ha trentaquattro anni ed è protagonista insieme a decine di altri giovani, di una rinascita socioculturale, di quella nuova possibilità di non andare ma restare. «Noi più giovani dobbiamo lasciarci alle spalle il disfattismo della generazione precedente, restare – dice – non è limitante. Ora l’energia e l’ottimismo che ci accomuna, li sento».

«Cosa resti a fare? Lascia il Cilento finché sei in tempo, un posto bello che non offre futuro, destinato a morire» è l’espressione ormai trita e ritrita che finora è stata l’unica ascoltata: «il Cilento non è un Paese per giovani, chi ha talento se ne va».

Una frase come il vento che riecheggia tra le montagne del Cervati, tra i sentieri di roccia e bellezza da percorrere in bicicletta, tra i filari profumati e le antiche piante d’ulivo, tra le spighe di grano e i ciuffi di mortella che crescono selvaggi.

Per Carla, Mario, Cristian, Giuseppe, Serena è un ronzio fastidioso, un rumore di fondo, non è certo un’eco. Loro sono rimasti. Anzi, hanno studiato, si sono formati, hanno ascoltato, accarezzato il Cilento e lo hanno rassicurato. Hanno scelto di restare. Ed è con loro che oggi il Cilento vanta eccellenze che popolano le cucine dei ristoranti, riempiono i luoghi spopolati, coltivano grani, producono formaggi, conservano le alici. Come Mario Di Bartolomeo, trent’anni da poco compiuti. L'azienda Le Starze è nelle sue mani forti. Una laurea in Economia, un passato da pugile professionista. Ad un certo punto ha messo da parte la fatica affrontata nelle palestre di New York e i lunghi anni negli Stati Uniti per dedicarsi ai terreni di famiglia nel Cilento. «Qui c’è tutto», dice. Con lui in azienda collaborano giovani del territorio. Fieno ed erba medica autoprodotta alimentano le mucche di razza pezzata rossa, le capre e le pecore lasciate allo stato brado che concimano i terreni.

Gli animali hanno a disposizione 130 ettari di pascoli nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, a Pattano di Vallo della Lucania, dove si muovono indisturbati e felici. Il fiore all’occhiello nella produzione insieme al cacioricotta di capra è la mozzarella nella mortella, che racchiude la storia antica e sorprendente di questo territorio. Ma anche il caciocavallo dell’emigrante. «È un prodotto diverso, tocca la mia storia, quella della mia famiglia. Abbiamo ripreso quella tradizione».

Da qualche mese insieme ad altri imprenditori e produttori tra cui Andrea Rinaldi e Edmondo Soffritti ha avviato un progetto ambizioso, si chiama Rareche, un mercato contadino, che punta a definire un “Modello Cilento” che raccoglie le positive istanze del mondo agricolo, delle istituzioni locali e della ristorazione di qualità.

Anche Serena, venticinque anni, di Pisciotta, alla tradizione ci tiene, specie a quella delle alici di Menaica, storico presidio slow food del Cilento. Affianca il padre, Vittorio Rambaldo, pescatore da generazioni. «Ho scelto di lavorare nel laboratorio artigianale. La grande città l’ho provata, sono andata via ma sono tornata con grande piacere», racconta. A Marina di Pisciotta insieme alla sua famiglia, alla madre Donatella Marino, lavora nel laboratorio di trasformazione e vendita delle alici pescate con la menaica, una tecnica che questa famiglia ha messo in sicurezza anziché fare perdere. Una pesca ancora artigianale e sostenibile, praticata da pochissimi pescatori a Pisciotta.

Così ha fatto anche Cristian Santomauro con l’Ammaccata, a Piano Vetrale. Ha raccolto i ricordi e i racconti della nonna. Ha salvato un rito antico. «Un impasto povero di glutine che si ammaccava delicatamente e direttamente sulla pala prima di infornarla, si condiva con il pomodoro cotto con la buccia, origano, olio e si infornava, serviva a testare la temperatura». Per ricreare quelle emozioni e quell’ambiente Cristian l’ha registrata come marchio e la serve anche nel suo ristorante a Castelnuovo Cilento. Sono storie che potremmo tranquillamente definire di restanza, perché appartengono a quei giovani che si riprendono le loro vite nei loro luoghi, senza fermarsi. Consapevolezza, scelta, volontà e responsabilità: c’è tutto questo alle loro spalle. Ma anche tanto coraggio.

Jepis tutto questo, invece, lo racconta. Racconta artigiani, agricoltori, contadini: «Cerco di fare in modo che le storie di chi vive questa terra creando valore con le proprie mani possano dialogare con il mondo. Mi piace dire che vivo con un piede qui, un altro nel mondo e con la testa nella rete», spiega. Tra queste c’è quella di Antonio Pellegrino, che semina il grano, produce la farina nel suo mulino a pietra. Jepis è tra gli animatori e coordinatori della comunità del Palio del Grano, del Monte frumentario e del Campdigrano di Caselle in Pittari, e fa parte della stessa storia di Antonio, che oltre dieci anni fa ha iniziato a produrre antiche varietà di grano, oggi eccellenza del territorio. Trentadue anni, all’anagrafe Giuseppe Rivello, una laurea in Scienze della Comunicazione. La sua è una storia di successo, un artigiano delle parole: «lavoro perché questo territorio possa offrire un pezzo di futuro, la provincia non è un limite ma un’opportunità. Chi resta produce valore».