Bruno Barbieri

Bruno Barbieri

di Annatina Franzese

È partita la X edizione di Masterchef e tra i giudici severi, ma giusti, non può mancare lui: Bruno Barbieri. Presente nel programma, sin dalla prima edizione, possiamo definire Barbieri il giudice più longevo del talent che, a distanza oramai di anni, è diventato un appuntamento annuale atteso oltreché seguitissimo dal pubblico. Lo raggiungo in un giorno di pioggia, ma lui, nonostante il clima freddo, umido e uggioso, non sembra essere scalfito nella sua positività. Insignito da poco del titolo di “Chef social dell’anno 2020”, nell’ambito dei Foodcommunity Award, è un fiume in piena, che non conosce argini. Disciplinato e rigoroso come Nureyev in palcoscenico. “Vivo colorato, sempre” – mi dice – “anche una copiosa pioggia come quella di questi giorni mi rimanda a qualcosa o a qualcuno che ho vissuto e questo mi fa stare bene”.

Nato nella provincia emiliana, da una famiglia di operai, Barbieri deve alla sua famiglia l’amore per la cucina. “Mio padre era operaio e mia mamma lavorava nel settore tessile. Sono cresciuto circondato da donne poiché papà si è trasferito all’estero per lavoro e la passione per i fornelli è nata grazie a mia nonna. Ho cominciato a cucinare a sei anni”.

Ti aspettavi la tua ascesa all’Olimpo degli chef?

“Vengo da Medicina, un piccolo paese della provincia di Bologna. Mi ricordo sempre da dove sono partito e non lo dimentico mai. Sono figlio di operai e tutto quello che abbiamo, lo abbiamo conquistato. Ero consapevole che più in là non potevo spingermi nemmeno con il pensiero, ma sono sempre stato in silenzio, a guardare ed imparare. Ho incamerato credendo che prima o poi arrivasse il mio momento, che poi è effettivamente arrivato”.

Hai mai pensato di poter fare altro oltre a cucinare?

“Questa professione ho sempre pensato di poterla fare solo affiancandola ad un’altra mia passione che è viaggiare. Ho cominciato a girare da piccolo, da quando raggiungevo mio padre che lavorava in Spagna con il resto della famiglia. Viaggiare è fondamentale, apre la mente e ti permette di avere un approccio diverso nei confronti della vita. Mia mamma mi prende in giro. Dice che è un bene vedermi in tv perché almeno così sa che sto bene perché altrimenti non mi vedrebbe mai. Quando viaggio, non viaggio mai con la valigia, ma solo con la carta di credito, una buona assicurazione e una borsa con cambi per due giorni. Poi, compro tutto lì. Mi adatto, entro nella mente delle persone e del paese che mi ospitano. Non avrebbe senso portare nel deserto quel che indosso per girare le strade di New York”.

Che rapporto hai con il successo?

“Devi essere intelligente a non farti travolgere. È un mood complesso, ma sono programmato a quello che verrà. Prima o poi la gente non mi cercherà più, lo so. Quando succederà dovrà essere attento, ma ho idee nuove. Io cambio come cambia il mondo. Sono felice e orgoglioso di quello che ho fatto. Avevo dei sogni, li ho realizzati. Ho avuto ed ho una vita positiva”.

Quanto c’è di te in quello che vediamo in tv?

“Racconto me stesso in televisione anche se comunque, come in tutti i programmi, c’è una scrittura da seguire. A Masterchef ci sono una parte autoriale ed una regia importante. È un programma che è diventato nel corso delle edizioni un cult, in grado di rivoluzionare la televisione italiana e di fungere da collante per lo spettatore. I fans sono gli italiani di qualunque ceto sociale. Davanti ad ogni singola puntata di Masterchef si sono riunite famiglie, coppie, gruppi di amici. È stata una scommessa vinta che ha dato grande apporto alla cultura del cibo in Italia e nel mondo. Dopo Masterchef, i cui concorrenti, ricordiamo, sono persone che non si occupano di cibo, ma che hanno percorsi di vita paralleli, tutti hanno cominciato a parlare di cibo. È stato importante, sia dal punto di vista sociale che sociologico. Masterchef ha cambiato il modo di pensare alla materia prima, al rapporto tra l’ingrediente ed il risultato finale. La chiave del programma, però, di fondo è questa: ci si diverte”.

A proposito di produttori, di materia prima. Come ti approcci alla filiera?

“Ho un rapporto diretto, intimo con i produttori. Bisogna avere rispetto per tutto quello che c’è intorno. Il mio cerchio poi si allarga perché ho girato e giro il mondo. Ovunque io vada so già perfettamente cosa trovo e chi lo produce e amo combinare i prodotti più disparati. È facile stare in cucina e dire di essere bravi a preparare il fiore di zucca ripieno. Però, il fiore di zucca in cucina bello e rigoglioso non arriva da solo. Senza il contadino che se ne prende cura, che si alza alle 5 del mattino per andare a raccoglierlo, la nostra bravura servirebbe a poco”.

Abbandonare Masterchef?

“Ribalto la domanda. Secondo te, potrebbe esistere un Masterchef senza Barbieri”?

Ma non sei stanco?

“No. In questi anni è cresciuto il programma, ma sono cresciuto anche io. Ci siamo evoluti insieme. Ho ancora voglia di scovare talenti, di scoprire posti e persone”.

Cosa vorresti fare appena ci saremo lasciati alle spalle questo brutto momento?

“Guardare con nuovi occhi i posti che hanno segnato per me momenti importanti della vita. Rincontrare magari il pescatore con cui ho parlato dieci anni fa al Rio delle Amazzoni oppure, ritornare a Panama. Una volta sono andato a vivere tre mesi in Amazzonia brasiliana. Insieme a due miei amici siamo partiti da Panama e siamo arrivati a Manaus in autobus. Amo le piccole cose, i momenti, le sfumature, credo sia importante”.

Quali sono i prossimi progetti?

“Intanto sulla piattaforma mipiace.shop – la stessa su cui sono andati a ruba tra fine ottobre e inizio novembre circa tremila panettoni a firma dello chef - sono disponibili i videocorsi. Li ho sempre amati, penso siano un buon modo per arrivare a casa delle persone, di chi di solito non frequenta i ristoranti e con il mio staff abbiamo progettato delle mini-lezioni. La squadra è importante, manager e progettisti sono stati encomiabili ed è stato fatto un lavoro magistrale. Seguendo questo progetto si parte dalle basi con un lessico facile ed una comunicazione che arrivi a tutti. Non è solo per agli addetti ai lavori, altrimenti sarebbe un circolo chiuso, ma è per tutti. Prima di Natale siamo usciti con quattro chicche per il cenone della vigilia. In più, ho un lavoro editoriale pronto. È un libro che racconta della contaminazione gastronomica. Il cibo italiano visto fuori dall’Italia. Il fusion italianizzato. Per il resto, vivo molto alla giornata. Mi impegno in progetti piccoli, ma anche immensi. Quel che è fondamentale è l’emozione che mi trasmettono”.

Prima di salutarci si invertono i ruoli e mi chiede di dove sia. Quando gli rispondo che sono della provincia di Napoli, non ha dubbi.

“Dopo tutto questo, piacerebbe anche tornare a Napoli. E' meravigliosa. Per vivere a Napoli, però, ci vuole il fisico, ma basta sedersi fuori ad un bar a bere un caffè per vedere un film”.