Dalla penna di Donna Matilde: lo Scorzamauriello

Dalla penna di Donna Matilde: lo Scorzamauriello

di Laura Naimoli

Si racconta che, nella lunga notte della vigilia di Ognissanti, in tutto il Mondo, figure leggendarie si destino dal sonno profondo per tornare a popolare la Terra nell’attesa di una nuova primavera.  

«Chiedete ad un vecchio, ad una fanciulla, ad una madre, ad un uomo, ad un bambino se veramente questo Munaciello esiste e scorrazza per le case e vi faranno un brutto volto, come lo farebbero a chi offende la fede. Se volete sentirne delle storie, ne sentirete; se volete averne dei documenti autentici, ne avrete. Di tutto è capace il Munaciello».

È la penna di Matilde Serao, giornalista partenopea, a giurare che il Munaciello esiste per davvero. I napoletani lo sanno bene tanto che, proprio nella notte che precede la festività di Ognissanti, celebrano questo antichissimo personaggio che sarebbe realmente esistito già nel 1445, durante il regno di Alfonso V d'Aragona.

Caterina Frezza, figlia di un ricco mercante di stoffe, e Stefano Mariconda, un semplice e povero garzone, si innamorarono follemente l’uno dell’altra ma, considerata la differenza di estrazione sociale, erano costretti ad incontrarsi di nascosto, di notte. Il ragazzo la raggiungeva camminando sui tetti di una Napoli addormentata ma, una sera, fu lanciato nel vuoto e morì. Caterinella fu rinchiusa in un convento e diede alla luce il bimbo frutto di quella relazione clandestina: era deforme e la madre lo vestiva con un saio col cappuccio. Deriso da tutti, chiamato per scherno  "lu Munaciello", morì misteriosamente, forse ucciso dai Frezza. Il popolo napoletano, tuttavia, continuò e continua a vederlo per le strade della città. Alla sua figura, ormai diventata leggendaria, è legato un proverbio: "O Munaciello: a chi arricchisce e a chi appezzentisce". Il munaciello regala oro a chi gli sta simpatico, mentre a chi gli sta antipatico fa dispetti a tutto spiano.

Nel caso in cui sospettaste di avere il simpatico folletto in casa, fategli trovare qualcosa da mangiare e non rivelate a nessuno la sua presenza: scomparirebbe all’istante! La tradizione partenopea del munaciello è raccontata anche da Carlo Levi nel “Cristo si è fermato ad Eboli”.

«I Monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei: corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto ai piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono la sedia di sotto alle donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto siano fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarrìa, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso, più grande di loro, e guai se lo perdono: tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l’abbiano ritrovato».

Il Monaciello in Lucania diventa “Monachicchio”. In entrambi i casi, c’è richiamo etimologico alla figura dei monaci, per via del saio indossato. Ad Eboli, a metà strada tra Napoli e Matera, questo personaggio è conosciuto con il nome di “Scorzamauriello”. Le caratteristiche sono pressoché le stesse. Il nome, invece, sembra derivi dalla tradizione cilentana.